Bruxismo: tutto ciò che occorre sapere

Bruxismo: tutto ciò che occorre sapere

a cura di Davis Cussotto

Il bruxismo è il  digrignamento dei denti prevalentemente notturno . E’ una problematica  molto diffuso che accade per lo più  durante il sonno nella cosiddetta fase R.E.M. (rapid eye movement), la fase del sonno in cui si sogna. Interessa  soprattutto i bambini, ma è molto frequente anche in età adulta e può comportare conseguenze serie se trascurato. Spesso ci concentriamo sull’estetica del sorriso, e su come avere  denti  bianchi e  perfetti trascurando  alcune problematiche che, pur non così evidenti, possono incidere sulla qualità della nostra vita. Bruxismo: quali le cause? Sebbene sia stata comprovata una predisposizione genetica per la tendenza a digrignare i denti, vi sono numerose cause che possono provocare l’insorgenza di questo fenomeno, tra cui le principali sono:
  • ansia e stress, che influiscono negativamente sul nostro sonno;
  • l’uso di alcune categorie di farmaci, come gli antidepressivi;
  • l’assunzione di sostanze stupefacenti;
  • presenza di problematiche occlusali della bocca.
Sintomi e potenziali complicazioni Il bruxismo può verificarsi sia durante la notte (bruxismo notturno),  o durante il giorno (bruxismo diurno), qualora ci si trovi in condizioni di particolare stress, tensione o concentrazione. Le conseguenze principali interessano smalto e dentina, usurati dallo sfregamento continuo tra elementi dentari. Questi danni provocano a loro volta l’insorgenza sensibilità dentale a caldo e freddo, carie, parodontiti e sanguinamenti gengivali. Inoltre, in molti casi, il bruxismo può provocare anche:
  • disturbi del sonno;
  • cefalee;
  • tensioni muscolari;
  • stanchezza durante la giornata;
  • difficoltà ad essere vigili nel lavoro o a scuola.
Poiché questa problematica si verifica spesso di notte, essa si rivela particolarmente difficile da individuare; per questo è necessario fare attenzione ai sintomi, che includono: dolore ai muscoli facciali (specialmente appena svegli), mal di testa e dolore all’articolazione mandibolare, ma anche dolori al collo, alle spalle o alle orecchie, cefalee e talvolta anche vertigini. Bruxismo: rimedi e trattamenti Per stabilire il corretto protocollo terapeutico da adottare è necessario sottoporsi a  una visita dal dentista  che con opportuni esami può comprendere l’origine del problema. Generalmente, il bruxismo viene curato   con il bite, utile a evitare potenziali danni provocati dal digrignamento dei denti.  Si tratta di una  mascherina,  da indossare durante la notte  che evita il contatto delle arcate dentali  e la risoluzione dei problemi occlusali con le terapie convenzionali (ortodonzia, restaurativa). A livello più generale, altri rimedi assolutamente naturali che possono giovare alla problematica sono:
  • Yoga, massaggi e meditazione e tutte quelle pratiche che predispongono corpo e mente al rilassamento e permettono di affrontare lo stato del sonno in modo più sereno e tranquillo.
  • Il consumo di infusi e tisane prima di andare a dormire, utili a calmare i nervi e placare l’ansia.
  • Lo sport: soprattutto quello praticato all’aria aperta, che aiuta a scaricare le tensioni e a contrastare lo stress.
È importante inoltre eseguire controlli periodici dal proprio dentista.

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SARS-CoV-2: conoscerlo per evitarlo

SARS-CoV-2: conoscerlo per evitarlo

a cura di Davis Cussotto

BIOLOGIA

I Coronavirus costituiscono una famiglia di virus, infettante i mammiferi e gli uccelli. Hanno un genoma di RNA a singolo filamento, a polarità positiva: pertanto, rientrano nella classe IV della classificazione di Baltimore. La lunghezza varia tra 27 e 34 chilobasi, rappresentando il genoma più esteso tra i virus a RNA. Il virione ha forma sferica ed è dotato di envelope lipidico; da questo, protrudono numerose proteine di forma bulbosa, dette spike o proteine S. In microscopia elettronica, queste proteine conferiscono al virione un aspetto che ricorda la corona solare, donde il nome della famiglia.

Al momento attuale, si conoscono 7 Coronavirus capaci di infettare l’uomo:

  • 4 specie endemiche, responsabili di raffreddori comuni, in rari casi di quadri più gravi;
  • SARS-CoV (da Severe Acute Respiratory Syndrome): emerso in Cina, causò l’epidemia di SARS nel 2002-03; da allora, non ha più registrato casi. Determina una grave polmonite interstiziale.
  • MERS-CoV: (da Middle East Respiratory Syndrome): emerso in Arabia Saudita nel 2012, da allora provoca focolai limitati ricorrenti. È il più grave di tutti, ma anche il meno trasmissibile.
  • SARS-CoV-2, così nominato per la stretta parentela con il virus del 2002; la relativa malattia è denominata COVID-19, che sta per COrona VIrus Disease 2019.


EPIDEMIOLOGIA

SARS-CoV-2 è apparso per la prima volta alla fine del 2019 a Wuhan, capitale dello Hubei, Cina. È arrivato alla specie umana compiendo un salto di specie, a partenza dal pipistrello ferro di cavallo, con la tappa intermedia del pangolino. Figura 1.2 Si suppone che tale processo sia avvenuto nel contesto del mercato di animali vivi della città, dove animali di specie diverse vengono imprigionati in condizioni di promiscuità. Grazie a un’efficace trasmissione da uomo a uomo, tale nuovo ceppo si è espanso rapidamente: a gennaio 2020 ha provocato una grave epidemia in tutta la Cina, e poco dopo si è propagato nel resto del mondo, configurando una pandemia.

L’infezione si contrae per via respiratoria: le porte di accesso all’organismo sono rappresentate dalle mucose di occhi, naso e bocca. Sono documentati rari casi di trasmissione per via oro-fecale; in ogni caso, non è possibile infettarsi attraverso la cute. Il virus penetra nelle cellule umane sfruttando la proteina di membrana ACE-2 (Angiotensin Converting Enzyme); questa è particolarmente abbondante sugli pneumociti di tipo II, siti negli alveoli polmonari, ma è anche espressa a livello del tratto gastro-intestinale. Il soggetto infetto, a propria volta, emette il virus nell’ambiente sotto forma di secrezioni respiratorie. È possibile il contagio anche da parte di individui con pochi, o nessun sintomo; resta dibattuto quanto peso abbia il contagio da asintomatici nella propagazione della pandemia. Complessivamente si riconoscono tre modalità di trasmissione del virus:

  • Infezione mediata da droplet (particelle > 5nm): è la modalità più importante. I droplet (conosciuti anche con l’eponimo del batteriologo tedesco Carl Flügge) sono goccioline di saliva grossolane, emesse fisiologicamente durante la respirazione, e in misura maggiore parlando, tossendo e starnutendo; i droplet provenienti da individui infetti contengono virioni capaci di infettare nuovi soggetti. Queste goccioline sono più pesanti dell’aria, per cui precipitano a terra nel raggio di 1-2 metri dalla persona che li ha emessi; la distanza percorsa varia a seconda di vari fattori, tra cui la velocità di eiezione (massima per colpi di tosse e starnuti) ed eventuali correnti d’aria presenti.


tabella 1.1

MATERIALETEMPO DI DIMEZZAMENTO
DELLA CAPACITA’ INFETTIVA
TEMPO DI ABBATTIMENTO COMPLETO
RAME2h4h
CARTONE5h24h
ACCIAIO INOSSIDABILE6h48h
PLASTICA7h72h
  • Infezione mediata da fomiti: gli infetti depositano particelle virali attive sugli oggetti con cui entrano in contatto, con le mani sporche e attraverso i droplet. Individui sani possono raccogliere inavvertitamente i virioni sulle proprie mani, e infettarsi toccandosi il volto. Tutti gli oggetti in grado di veicolare l’infezione in questo modo si definiscono fomiti. Fortunatamente, è possibile rimuovere il virus dalle mani tramite un lavaggio accurato con acqua e sapone, o frizionando con una soluzione di alcool concentrato almeno al 60%. Per quanto riguarda i fomiti, la sopravvivenza dei virioni attivi è fortemente condizionata da alcuni fattori: i più importanti sono il materiale, la temperatura e l’umidità ambientale. Dati una temperatura compresa tra 21° e 23° C, e un’umidità del 40% (condizioni comuni negli ambienti indoor), è stato determinato sperimentalmente che la carica virale decade spontaneamente secondo questi tempi: Tabella 1.1

In ogni caso, è possibili eliminare facilmente il virus dalle superfici grazie a ordinari prodotti per la pulizia, contenenti ad esempio alcool al 70% o cloro allo 0,1%.

  • Infezione mediata da aerosol (non dimostrata): gli aerosol sono goccioline fini, con diametro < 5nm. Come i droplet, sono emessi fisiologicamente da tutti gli esseri umani, ma a differenza di questi sono in grado di galleggiare nell’aria per un certo periodo di tempo. È ancora controverso se gli aerosol possano veicolare il contagio di SARS-CoV-2; in via precauzionale, al personale che lavora a contatto con i pazienti COVID-19, è raccomandato l’uso di mascherine FFP2 o FFP3, in grado di filtrare la maggior parte degli aerosol. La raccomandazione è più forte durante l’esecuzione di manovre che liberano ingenti quantità di aerosol provenienti dal paziente, come la ventilazione non invasiva o l’intubazione endotracheale.


Il tasso di letalità di una malattia rappresenta il rapporto tra pazienti deceduti e pazienti totali; ovviamente esso dipende non solo dalla malattia stessa, ma anche dallo stato di salute preesistente della popolazione e dalla qualità delle cure mediche. Purtroppo, è molto difficile calcolare il tasso di letalità per una malattia ancora in fase di espansione come COVID-19, con la maggior parte dei casi ancora malati al momento della valutazione. Questo è il motivo principale per la larghissima divergenza dei tassi calcolati nei vari paesi del mondo: attualmente, il tasso di letalità apparente in Italia è del 9,9%, in Cina del 4%, in Germania solo dello 0,5%. Probabilmente, il dato italiano è esagerato a causa della sottostima del denominatore: infatti, il nostro sistema sanitario è stato colto alla sprovvista dall’esplosione della pandemia, e non è riuscito a diagnosticare una grande quantità di casi lievi e asintomatici. Solo dopo una riduzione stabile e duratura dei contagi, sarà possibile misurare dei dati più affidabili e calcolare il reale tasso di letalità.
Tuttavia, conosciamo già alcuni importanti fattori prognostici negativi, che predispongono il paziente ad avere un decorso severo, con possibile exitus:

  • Età avanzata: in media, la gravità di malattia cresce con l’età, ma non linearmente. A un estremo, i bambini sotto i 10 anni hanno perlopiù un’infezione silente, ma sono comunque contagiosi. La letalità si mantiene sotto 0,4% fino ai 50 anni, poi cresce significativamente a ogni decade, fino a raggiungere il 14,8% nella fascia over 80. Figura 1.3
  • Patologie pregresse: maggiore il numero, maggiore il rischio di morte. In particolare, 5 sono le patologie di più frequente riscontro nelle vittime di COVID-19: malattia cardiovascolare, ipertensione arteriosa, diabete mellito, malattie respiratorie croniche e patologie oncologiche.
  • Sesso M: i maschi sono colpiti più spesso e più gravemente rispetto alle femmine, per motivi ancora da chiarire.
  • Gruppo sanguigno A: evidenza scientifica debole, ma degna di nota.
  • Abitudine al fumo di sigaretta.
  • Inoculo virale massiccio.


Nei pazienti deceduti con COVID-19, le complicanze riscontrate più di frequente sono, nell’ordine: insufficienza respiratoria, insufficienza renale acuta (AKI), danno miocardico acuto, sovrainfezioni.

CLINICA

Il periodo di incubazione va dai 2 ai 14 giorni, in media 5.


Analogamente a SARS e MERS, l’organo più colpito dal COVID-19 è il polmone, che può andare incontro a polmonite interstiziale, con compromissione degli scambi respiratori. Le manifestazioni gastrointestinali sono frequenti, ma meno gravi; sono possibili fenomeni trombotici, tendenti al quadro di CID (coagulazione intravascolare disseminata). Sono stati descritti anche casi di miocardite da SARS-CoV-2.
I segni e i sintomi di presentazione includono:

  • Febbre (80-98%: l’assenza non esclude la diagnosi)
  • Tosse secca (76%)
  • Dispnea (20-60%; inizialmente, ridotta tolleranza allo sforzo, poi dispnea per sforzi lievi e a riposo)
  • Malessere, mialgia (10-44%)
  • Espettorato (28%)
  • Rinorrea (5-15%)
  • Cefalea (10%)
  • Disturbi gastrointestinali (5-10%)
  • Emottisi (5%)
  • Faringite (2%)
  • Congiuntivite (1%)
  • Ageusia
  • Anosmia


Escludendo i casi di infezione asintomatica, la cui proporzione resta ancora ignota, i pazienti con COVID-19 possono avere quadri di gravità molto varia. Semplificando molto, distinguiamo tre categorie:

  • Malattia lieve (80% dei casi): sindrome simil-influenzale, trattabile a domicilio con farmaci da banco. È fondamentale che il paziente rispetti l’isolamento domiciliare ed eviti, per quanto possibile, ogni contatto con eventuali conviventi sani.
  • Malattia moderata (15%): all’EGA (emogasanalisi) arteriosa si riscontrano PaO2 ridotta e PaCO2 ridotta o normale, delineando un’insufficienza respiratoria di tipo I. Il paziente necessita di ricovero in ambiente non intensivo, e ossigenoterapia di supporto.
  • Malattia grave (5%): il rapporto PaO2/FIO2 scende sotto 300, delineando un quadro di ARDS (Acute Respiratory Distress Syndrome). Il paziente necessita di supporto ventilatorio in ambiente intensivo. Quando disponibile, la ventilazione invasiva è generalmente preferibile alla non invasiva (NIV).

DIAGNOSI

Per diagnosticare l’infezione da SARS-CoV-2, l’unico metodo a oggi validato è la ricerca del genoma virale, con tecnica RT-PCR (Real-Time Polymerase Chain Reaction), su un campione biologico prelevato dalle vie respiratorie mediante un tampone. Per decidere di candidare o meno un paziente all’esecuzione di un tampone, si considerano criteri di selezione di due ordini diversi:

  • criterio clinico: il paziente presenta segni e sintomi compatibili con COVID-19?
  • criterio epidemiologico: il paziente ha in anamnesi un’esposizione certa o probabile al SARS-CoV-2?


I dettagli specifici dell’algoritmo diagnostico variano ampiamente nello spazio e nel tempo, a seconda della disponibilità del test stesso, e altre considerazioni di economia sanitaria; sicuramente essi cambieranno ancora in futuro, con l’evoluzione della pandemia e della ricerca scientifica.

Sono stati di recente messi a punto alcuni test sierologici (che ricercano gli anticorpi nel sangue del paziente), più rapidi ed economici della RT-PCR. Purtroppo, come tutti i test di questo tipo, hanno un periodo finestra intercorrente tra l’infezione e la positivizzazione, la cui durata è ancora da determinare. Questo li rende scarsamente adatti all’applicazione clinica, ma saranno senz’altro preziosi per la ricerca epidemiologica, grazie al potere di diagnosticare una pregressa infezione misconosciuta.

Una volta accertata l’infezione, è fondamentale indagare la funzionalità degli scambi respiratori, e continuare a monitorarla per tutta la durata di malattia: questo si può realizzare con il saturimetro e con l’EGA. È opportuno effettuare anche test del cammino o altri test da sforzo, per smascherare una possibile insufficienza respiratoria silente a riposo.

Occorre inoltre visualizzare l’andamento macroscopico della malattia nel polmone, mediante la radiografia del torace e/o la TC ad alta risoluzione (HRCT) figura 1.5. Il radiogramma può mostrare opacità multiple a vetro smerigliato, tendenti alla confluenza. L’HRCT è più sensibile: il quadro tipico di COVID-19 grave comprende focolai multipli, bilaterali, sottopleurici, con tendenza all’espansione centripeta; questi focolai possono includere un motivo detto crazy paving, risultante dalla somma di un pattern di opacamento alveolare (a vetro smerigliato) con un pattern interstiziale, di ispessimento dei setti interlobulari. Nel complesso, questi reperti radiologici delineano un quadro di polmonite interstiziale, non specifico per COVID-19: infatti, infezioni diverse possono provocare lesioni sovrapponibili. Infine, anche l’ecografia del torace può essere d’aiuto: questa metodica non visualizza il polmone, ma mostra dei segni indiretti che permettono di inferire il grado di coinvolgimento del parenchima esplorato dalla sonda.

Anche agli esami ematochimici, sono stati individuati alcuni reperti tipici di COVID-19, utili soprattutto per il valore prognostico:

  • leucopenia (25% dei casi)
  • linfopenia con CD4+ bassi (63%)
  • AST elevata (37%)
  • disturbi del controllo glicemico
  • ipoalbuminemia
  • elevazione di LDH e VES
  • procalcitonina nella norma: in caso di elevazione del valore, può essere utile orientarsi su altre diagnosi, o sospettare una sovrainfezione
  • proteina C reattiva, ferritina ed IL-6 possono elevarsi e correlano con la severità di malattia.

CENNI DI TERAPIA

Oltre alle terapie di supporto menzionate precedentemente, la ricerca ferve per individuare delle terapie specifiche efficaci. Alcune delle molecole più promettenti, sperimentate finora, includono: tocilizumab, clorochina, idrossiclorochina, remdesivir, azitromicina, doxiciclina.

Anche la ricerca di un vaccino procede al ritmo più serrato possibile: al 20 marzo 2020, l’OMS registra 42 preparati vaccinali in fase di sperimentazione preclinica, e 2 già in corso di trial clinico di fase 1 (somministrazione a volontari sani).

Dr. Cussotto Federico

Bibliografia e Sitografia

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Spazzolino da denti, come utilizzarlo per evitare le infezioni crociate

Spazzolino da denti, come utilizzarlo per evitare le infezioni crociate

a cura di Davis Cussotto

In questo periodo abbiamo sentito parlare spesso di infezioni crociate con cui si intendono
quelle malattie infettive (raffreddore, influenza, Covid19) che riconoscono l’uomo come sorgente e si trasmettono tra le persone mediante contatto diretto o mediante oggetti contaminati presenti nell’ambiente
Lo spazzolino da denti, sia manuale che elettrico, è un oggetto di uso comune che può essere causa di infezioni crociate tra persone che vivono insieme . Il Centers for Disease Control and Prevention, la nota Agenzia Federale Americana che si occupa di sanità pubblica, fornisce utili suggerimenti per evitare che ciò accada.
Ci ricorda innanzi tutto che gli spazzolini da denti sono una grande fonte di batteri oltre che di virus. Tra le setole rimane intrappolata la placca batterica contenuta in bocca oltre a residui di cibo, ricreando un ambiente favorevole alla riproduzione di estese colonie di microorganismi.

Vediamo nei dettagli come comportarsi seguendo queste 6 importanti regole di prevenzione :

1 lavare le mani con acqua e sapone prima di lavare i denti.

2 non condividere lo spazzolino da denti con altre persone

3 dopo l’uso sciacquare abbondantemente lo spazzolino con l’acqua calda che ammorbidisce le setole e ne facilità la rimozione di batteri e residui alimentari. Lavare il manico con acqua e sapone.

4 una volte la settima disinfettare lo spazzolino e il coprisetole, immergendolo per un minuto in un colluttorio a base di clorexidina o in acqua ossigenata al 3% (metti un cucchiaio di Acqua ossigenata 10 volumi in mezzo bicchiere d’acqua)

5 Utilizzare sempre il coprisetole per evitare il contatto con altri spazzolini quando vengono riposti.

6 cambiare lo spazzolino ogni 2 mesi, quando le setole sono deteriorate, e dopo una malattia infettiva.

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La crescita dei dentini da latte, provoca febbre?

La crescita dei dentini da latte, provoca febbre?

a cura di Davis Cussotto

La crescita di un nuovo dentino, nel linguaggio scientifico eruzione dentale, è un processo fisiologico naturale che inizia col primo dente deciduo (=da latte) tra i 4 e i 10 mesi e si completa normalmente, per la dentizione da latte, entro i 30 mesi di età del bambino.
Il processo di eruzione dei denti da è spesso associato ad alcuni sintomi come irritabilità, infiammazione gengivale, aumento della salivazione, sonno agitato, diarrea, perdita di appetito e febbre. Tra questi sintomi quello che maggiormente preoccupa i genitori e che viene riferito a pediatri e dentisti è la febbre.
Per febbre si definisce la temperatura corporea sopra a 37 ° Centigradi.
Se l’innalzamento febbrile sia o no associato all’eruzione dei denti da latte è una questione che è stata largamente dibattuta ma che trova risposte controverse nella letteratura scientifica; alcuni ricercatori riportano la reale esistenza di questa associazione, e altri no.
Non sempre è così semplice misurare in modo corretto la febbre nel neonato (lontano dai pasti, dal sonno, dal pianto dal pasto etc…).
Ma quindi il rialzamento febbrile associato all’eruzione dentale è solo una convinzione popolare diffusa o trova reali riscontri scientifici?
L’International Journal of Clinical Pediatric Dentistry, ha cercato qualche anno fa di dare una risposta a questo quesito eseguendo una revisione sistematica della letteratura sul tema.
Gli autori dello studio sottolineano però anche che i risultati ottenuti potrebbero essere influenzati dall eterogeneità degli studi analizzati; diversi sono i siti corporei ove poter misurare la temperatura e diversi sono anche i termometri utilizzabili e utilizzati nei vari studi inclusi: termometri in vetro a mercurio , termometri elettronici con display digitale, a infrarossi, termometri timpanici, termometri per contatto, o usa e getta, termometri chimici etc, per cui è anche difficile poter paragonare i dati ottenuti tra i vari studi senza dover considerare questi fattori di possibile interferenza.
Si può concludere che in letteratura allo stato attuale ci sono pochi studi congrui e affidabili riguardanti l’associazione tra eruzione dentale decidua e febbre, e quei pochi rintracciati sono caratterizzati da elevata eterogeneità tra loro . Tuttavia questa revisione della letteratura ha evidenziato una pur vera associazione tra febbre e eruzione dei denti da latte solo qualora fosse stata misurata la temperatura corporea a livello rettale ( la metodica di rilievo più invasiva ma meno influenzabile da altri fattori).
E’ molto importante sottolineare anche di non sottovalutare la presenza di febbre durante l’eruzione dentale decidua, assicurandosi che non sia dovuta ad altre infezioni in corso.
(Fonte Odontoiatria33)

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Cosa cambia a livello orale durante la gravidanza?

Cosa cambia a livello orale durante la gravidanza?

a cura di Davis Cussotto

La gravidanza provoca nell’organismo femminile una serie di cambiamenti che coinvolgono tutto l’organismo della futura mamma, compresa la cavità orale.
Molti studi evidenziato una maggiore incidenza della carie durante la gravidanza. La progressione della malattia è più rapida e ciò è imputabile a diversi fattori tra cui il mutamento della composizione della saliva correlata agli effetti degli estrogeni, a variazioni concernenti la dieta, alle abitudini di igiene orale e alle alterazioni del gusto.

JADA la prestigiosa rivista americana in una revisione con meta-analisi della letteratura pubblicata nell’ agosto 2020, ha valutato i fattori di rischio della carie in ogni trimestre della gravidanza correlati alla saliva, tra cui la concentrazione in essa di calcio e fosfato, di ioni idrogeno, la sua capacità tampone, il conteggio di Streptococcus mutans e Lactobacillus presenti. Sono stati, inoltre, registrati i dati circa la quantità di denti cariati, mancanti e otturati.

Risultati:
Ventinove studi sono stati inclusi nella meta-analisi, comprendenti 1230 donne in gravidanza e 715 donne non gravide (gruppi di controllo).

I risultati hanno mostrato che: la concentrazione di calcio salivare risulta diminuita nel terzo trimestre; il fosfato salivare risulta diminuito nel secondo e terzo trimestre; la concentrazione di ioni idrogeno risulta diminuita nel primo e nel terzo trimestre.

La velocità del flusso salivare stimolato risulta aumentato nel terzo trimestre e la conta degli S. mutans salivari è maggiore nel secondo e terzo trimestre.

I risultati dimostrano che le quantità di calcio, fosfato, Streptococcus Mutans e la capacità tampone salivare cambiano dal primo trimestre al terzo.

Dai dati emersi da questa revisione, si può concludere che nel terzo trimestre di gravidanza la maggior parte dei fattori salivari predisponenti lo sviluppo della carie subisce cambiamenti e pertanto può aumentare il rischio di sviluppare carie in futuro.

Consigli pratici:
Per evitare l’insorgenza della carie nel delicato periodo della gravidanza è utile deve effettuare visite di screening con l’igienista dentale e approfondite sedute di igiene, accurato controllo dell’ igiene domiciliare, mantenimento di una corretta dieta, prevenzione che deve già iniziare nel primo trimestre.

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Efficienza masticatoria e qualità della vita nell’ infanzia

Efficienza masticatoria e qualità della vita nell’ infanzia

a cura di Davis Cussotto

Un recente articolo di L. Figini su Odontoiatria33 analizza il ruolo che la buona funzione masticatoria svolge sulla qualità della vita nell’infanzia e nell’ adolescenza.
L’articolo sintetizza alcuni studi scientifici che hanno messo in luce
come le prestazioni masticatorie sono correlate allo stato nutrizionale e alla qualità della vita (QOL).
Secondo uno studio di de Morais Tureli del 2010 a una prestazione masticatoria migliore è correlato un più corretto peso corporeo specialmente tra gli 8 e i 12 anni. Un altro recentissimo studio giapponese del 2017 ha addirittura riscontrato un rapporto diretto tra l’efficienza masticatoria e la funzione cognitiva nel periodo di crescita in un modello animale in vivo [Fukushima-Nakayama 2017].

Sebbene molti studi abbiano affrontato il tema della funzionalità masticatoria negli anni delle scuole elementari e medie, pochi studi hanno esaminato questa tematica nei bambini in età prescolare per la difficoltà a valutare le prestazioni masticatorie a quella di ottenere risposte corrette e veritiere in bambini così piccoli.

Meritorio pertanto è uno studio recente pubblicato sul Journal of Oral Rehabilitation che ha studiato la funzionalità ed efficienza masticatoria in bambini in età prescolare utilizzando gomme da masticare che cambiavano colore a seconda dell’efficienza masticatoria oltre a indagarne i fattori correlati. Questa indagine trasversale è stata condotta in due strutture per l’infanzia e nel laboratorio degli autori dello studio. Come quantità di chewing-gum si è preso in considerazione un terzo della dose solitamente utilizzata negli adulti data la capienza orale dei bambini in questa età. Questa dose di “chewing-gum cangiante” (1 g) è stata masticata da sei adulti per valutare la natura e la progressione dei cambiamenti di colore in questa quantità.
La prestazione masticatoria in 370 bambini di età compresa tra 4 e 6 anni è stata esaminata utilizzando la stessa quantità di “chewing- gum cangiante” considerando 60 cicli di masticazione. La gomma da masticare in questione conteneva: xilitolo, acido citrico e coloranti rossi, gialli e blu in grado di cambiare colore qualora fossero masticati. Il colore della gomma masticata è stato determinato subito dopo la masticazione, per ridurre al minimo i cambiamenti di colore nel tempo e quindi i falsi risultati. Esistono due metodi per la valutazione del colore: misurazione mediante colorimetro e determinazione in base alla scala cromatica.
Sono stati registrati inoltre la forza massima del morso, l’altezza corporea, il peso, l’età dei bambini in questione, il numero di denti sani e cariati o mancanti in bocca. Sono state ottenute misurazioni finali idonee da 259 bambini. Una correlazione positiva significativa è stata osservata tra le prestazioni masticatorie e il numero di denti sani. Nessuna correlazione significativa invece è stata rilevata tra l’efficienza masticatoria e la forza massima del morso, l’altezza corporea, il peso o l’età.

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Sindrome della bocca urente e qualità della vita

Sindrome della bocca urente e qualità della vita

a cura di Davis Cussotto

La Burning mouth syndrome BMS o sindrome della bocca urente è una sensazione di bruciore associata a secchezza delle mucose orali, viene anche denominata xerostomia. Colpisce prevalentemente la parte anteriore della lingua. Si definisce tale se il bruciore dura più di due ore al dì per una durata di almeno tre mesi in assenza di lesioni associate.
la BMS si associa a :

-Riduzione del flusso salivare
-età avanzata
-farmaci (FANS, ansiolitici, antidepressivi, antipertensivi, antistaminici,diuretici..)
-radio e chemioterapia
-patologie sistemiche (sindrome di Down, anemie, patologie epatiche e pancreatiche)
-Sindrome di Sjiogren .
-donne in menopausa
-depressione
-diabete
-parafunzioni (bruxismo)
-stati carenziali di vitamine
-stati allergici

La rivista Odontoiatria33 da conto di una revisione sistemica della letteratura sul tema in particolare del rapporto tra la BMS e la qualità della vita correlata alla salute Health Related Quality of Life (HRQOL) e qualità della vita correlata alla salute orale (oral health-related quality of life) OHRQL
I criteri di ammissibilità allo studio comprendeva pubblicazioni che valutassero HRQL o OHRQL in pazienti con BMS.

Risultati hanno evidenziato che che OHRQL (P <.00001) e HRQL (P <.0001) risultavano peggiori nei pazienti con BMS rispetto a quelli dei gruppi di controllo.
Implicazioni cliniche
La sindrome della bocca che brucia ha una patogenesi indefinita e non esiste una cura nota, sebbene ci siano diversi trattamenti che sono in gran parte però inefficaci. Questa revisione descrive il suo impatto negativo sulla qualità della vita, mostrando come il dolore intenso possa influenzare il benessere e lo stato emotivo dei pazienti.

La terapia della BMS è farmacologica.

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Curare la parodontite salva la vita

Curare la parodontite salva la vita

a cura di Davis Cussotto

L’ipertensione è un killer silente che nella maggior parte dei casi non da’ disturbi ed è tra le cause principali di morte improvvisa per infarto e ictus, colpisce dal 30 al 45 % della popolazione adulta nel mondo.

La parodontite si associa a un rischio elevato di ipertensione arteriosa.
Ha metterlo in evidenza un recente articolo pubblicato sulla rivista Hipertension.
Il lavoro ha coinvolto 500 partecipanti di età media 35 anni, di cui 250 soffrivano di grave parodontite.
È emerso che a soffrire di pressione alta era il 14% delle persone con parodontite contro il 7% di quelle del gruppo di controllo, a parità di tutti gli altri fattori di rischio.

“Questa evidenza indica che i batteri parodontali causano danni alle gengive e inducono anche una risposta infiammatoria sistemica che può favorire lo sviluppo di malattie sistemiche come l’ipertensione” – afferma Francesco D’Aiuto ricercatore che ha curato lo studio “Data anche la prevalenza della parodontite, il nostro studio conferma il preoccupante numero di persone che potrebbe soffrire, inconsapevolmente, di pressione alta”, con tutto il carico di rischio cardiovascolare che ciò comporta.

“Inoltre, significa anche che il legame tra parodontite e pressione alta si instaura ben prima che il soggetto sviluppi il problema di ipertensione”, sostiene D’Aiuto. Il trattamento della parodontite può dunque favorire la prevenzione ed il controllo della pressione alta: raggiungere e mantenere una buona salute parodontale potrebbe contribuire a ritardare l’esordio dell’ipertensione e potrebbe migliorare la gestione della malattia nelle persone che già ne soffrono.
( Fonte Odontoiatria33)

a cura di Davis Cussotto

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